Le ferite “dell’amore”
Dott.ssa Marcella Falco – Psicologa/Psicoterapeuta
Dott.ssa Marcella Falco – Psicologa/Psicoterapeuta
Uno scenario di sagome rosse dal cuore “parlante” – allestito per una giornata di sensibilizzazione alla violenza di genere – sapientemente evoca storie di donne, senza più spessore, né identità, che raccontano – con parole nascoste nel petto – l’orrore di maltrattamenti e morti premature.
La sopraffazione intra-familiare serpeggia – silente e sempre più frequente – in vari contesti e si presenta nelle diverse forme di violenza fisica, sessuale, psicologica ed economica.
La violenza psicologica si esprime in commenti dispregiativi, rimproveri, accuse di pazzia, esclusione da ogni decisione; la donna è messa contro i figli, intimidita (con sguardi, gesti, urla, distruzione di oggetti, armi), controllata rispetto alle persone che frequenta e a ciò che fa, isolata con divieti di contatto o maldicenza, umiliata in pubblico.
La prepotenza economica si manifesta nell’impedirle di ottenere o di mantenere un lavoro oppure nel costringerla a chiedere denaro o, persino, nel portarle via quello guadagnato.
È una domanda che mi sono ripetuta tantissime volte. Resto spiazzata dall’atteggiamento succube di tante persone. La risposta c’è, ma il cuore non è in grado di accettarla.
Il maltrattamento fisico, sessuale, psicologico ed economico s’inserisce in un ciclo di violenza in cui l’amore è solo una chimera!
Il circuito trascina i partners in un moto meccanico, ripetitivo, privo di consapevolezza e, talvolta, senza fine. Pensiamo all’accumulo di tensione, che, nel tempo, porta, ad una discussione in cui la donna può avere più facilità dell’uomo a parlare o, comunque, non voler cedere; l’uomo sente di perdere il controllo della situazione e della donna e questo – per lui, narcisista – diventa insopportabile fino a fargli temere di perdere se stesso, fino a generare un’azione violenta; in questo modo recupera il controllo perso ma sviluppa la paura di perdere “l’oggetto di possesso”; mistificando un pentimento si torna all’affettività.
La “luna di miele” assume la forma di un “bombardamento d’amore” finalizzato ad ammaliare il partner e a paralizzarlo.
Nel contempo, calci, pugni e minacce vengono minimizzate o confutate, dandone, comunque, la colpa alla donna che – sempre più confusa e meno fiduciosa in sé – si convince di non aver compreso quando accaduto, di aver esagerato, di essere la causa degli atti del compagno (dispercezione di sé). Diventa così incapace di prendere qualsiasi decisione sia per sé sia per i suoi figli (senso d’inadeguatezza) e comincia a compiacere il violento, nella convinzione che lo scatenarsi della prepotenza dipenda da lei. Spesso la decisione di uscire dal maltrattamento viene presa in occasione di una violenza più forte che le fa temere di “morire” …..lei o i suoi figli.
Allora chiede aiuto, e, a volte – se adeguatamente sostenuta – giunge a denunciare l’aggressore, ma questo non le impedisce, più tardi, di ritrattare, in forza di quel legame che la spinge a ripercorrere più volte la stessa spirale (dipendenza affettiva).
Amo la famiglia che è l’area di mio maggiore interesse, la mia passione, ma, in quanto psicoterapeuta familiare – avendo incontrato la bellezza, la tenerezza, la verità, la donazione gratuita – non posso che denunciare ciò che è brutalità, angoscia, bugia, egoismo narcisistico.
Fra l’altro – avendo una ventennale esperienza nel trattamento delle dipendenze – posso affermare che se il ciclo di violenza è un fortissimo movimento centripeto, sicuramente c’è la possibilità di sfuggirvi, affrontando la dipendenza affettiva.
Tre i possibili interventi:
preventivo: educare bambini e bambine a riconoscere le emozioni, proprie e degli altri; quindi, ad esprimerle con le parole e senza attaccare l’altro (ciò che si dice, non si agisce); addestrare ragazzi/e all’assertività per riuscire ad esprimere i propri bisogni e conoscere i propri diritti; sviluppare fiducia in sé, sicurezza, capacità di scelta ed autonomia;
clinico: curare le ferite d’amore della donna, non solo quelle presenti, ma passate, guardando anche a più generazioni; sostenere l’individuazione affettiva ed economica; facilitare la ricostruzione delle reti sociali (a volte interrotte persino con la famiglia di origine);
sociale: contatti con centro antiviolenza, con un legale (anche in gratuito patrocinio), forze dell’arma, casa rifugio. Talvolta è necessario anche un sostegno economico (associazioni del privato- sociale, enti caritatevoli…).
L’intervento preventivo va collocato in ambienti educativi – in supporto a quello familiare – come a scuola o in parrocchia. L’intervento clinico e sociale non hanno un ordine preciso perché il più delle volte la violenza feroce ed improvvisa costringe a prendere decisioni per cui non si è ancora pronti. In ogni caso, dice Papa Francesco: – “ci sono casi in cui la separazione è inevitabile. A volte può diventare persino moralmente necessaria”
La violenza si nutre dell’isolamento e si comincia a combattere parlandone con chi ha gli strumenti per accogliere chi ne è vittima ed ha il cuore lacerato.
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